sabato 15 aprile 2023

Roba da pazzi


La settimana prossima ho la chemioterapia. Non ne ho voglia ma alla fine me ne potrò stare un paio d'ore piene in santa pace con persone attorno che si prendono cura di me. 

Peccato che non potrò staccare il cervello perché con questa chemio non mi imbottiscono più di antistaminici e quindi resto vigile per tutta la durata dell'infusione. Mi sarebbe piaciuto perdere i sensi per un po'... non però l'effetto ameba per tutta la giornata. Pertanto va bene anche questo. 

Soltanto che non posso godermela sino in fondo... 

Perché i pensieri continuano a frullare. Come adesso.

Vorrei sistemare tutto. Incellofanare tutti e metterli in qualche posto al sicuro. Fa impressione, lo so: forse è più carina la metafora della campana di vetro.

Ma il risultato non cambia.

In questo momento a impegnare i miei pensieri giorno notte pomeriggio mattina ... SEMPRE, è il "grande". Vorrei poter entrare nella sua testa ricciuta e vedere, per poi forse capire, cosa gli passa per la mente. Quando gli parlo mi sembra che ragioni. Ma poi gli parlo di nuovo e mi sembra che dica il contrario di quello che mi ha detto prima. E poi un'altra cosa ancora. E così via...

Una serie di affermazioni, più o meno estrapolate con estrema cautela (parole non troppo dure, possibilmente di comprensione, sicuramente pazienti, per non urtarne la sensibilità e vederlo rintanarsi in se stesso come quelle piante ipersensibili che come le tocchi si chiudono), che a volte paiono non avere una logica.

Ma se glielo fai notare, se gli dici che in un certo passaggio si è decisamente contraddetto... scatta immediatamente il "vedi, è inutile che te ne parli, non capisci: dovrei tenermi queste cose per me".

E allora arranco, torno sui miei passi, mi rimangio tutto quello che ho appena detto, perché la più grande paura e che non mi parli più.

Ma faccio bene? Dovrei fargli notare quanto è contorto? Dovrei anche io esordire con la classica frase genitoriale "Dammi retta che ci sono già passata"?

Non lo so. Tanto anche in questo caso la risposta sarebbe sempre la stessa "seeeee, ai tuoi tempi era un'altra cosa".

E allora alzo le mani. 

Diceva qualcuno che il genitore "come fa, sbaglia". Quindi...

Quindi attendo con trepidazione la prossima chemio.

Roba da pazzi.

venerdì 17 marzo 2023

Vivo per curarmi.

Non volevo scrivere ma poi ho pensato che era meglio farlo per tirar fuori tutto il malessere che mi serpeggia dentro da giorni.

Sono un'ingrata e mi vergogno anche soltanto a pensarlo ma è inutile far finta di nulla.

Le buone notizie che da qualche giorno ho avuto con riguardo all'andamento della mia malattia e, quindi, dell'efficacia della chemio, mi hanno spaventata e ... sì. Assurdo dirlo. Demoralizzata.

Io non ne posso più.

Io non voglio che 'sta maledetta roba si allunghi e duri tutta la vita. Io non voglio annacquare questa mia situazione e vivere in questo modo (sempre all'erta, sempre a fare esami e visite, sempre in terapia, sempre con gli effetti collaterali che diventano sempre più fastidiosi, sempre a non fare nulla di costruttivo ma a tirare avanti...) a lungo.

Io sono stufa.

Mi sento inutile.

Mi sento un essere che vive per curarsi. Non il contrario.

Ma che senso ha?

Le "buone" notizie mi hanno fatto piacere unicamente per i miei genitori e per i miei figli (anche se per questi ultimi a volte mi chiedo sino a quanto? Forse crescerebbero meglio senza una mamma come me, ansiosa e ingombrante).

E' come con una medicina amara. Preferisco una cucchiaiata amara tutta in una volta che diluirla un bicchiere colmo d'acqua per sentirla meno amara. Tanto fa sempre schifo ma almeno te la levi di mezzo più in fretta.

Sono stanca di essere così.

Sono stanca.

Le mie giornate sono inutili. Io sono un soggetto inutile. 

La mia vita ultimamente è un susseguirsi di giornate per trovare la medicina giusta per arrivare al giorno dopo. Ma che senso ha?

A parte l'amore dei miei genitori e il dolore che darei loro se non ci fossi più, mi chiedo a che servo?

Non sto scherzando. E non mi sto compatendo. Sto osservando la mia vita in modo oggettivo.

Non lavoro "davvero". Gestisco degli appartamenti per uso turistico (ullalà) e chiunque potrebbe sostituirsi a me senza alcuna conseguenza.

Non mi alzo la mattina per aiutare il prossimo o per fare qualcosa di utile al mondo... ma unicamente per portare fuori il cane, rassettare casa e per fare la spesa. Punto.

E a capo. 

Tutti i giorni così. E non sarei in grado di fare di più perché sono una lattina vuota. 

Le mie settimane sono scandite dagli esami, dalle medicazioni, dalle terapie...

Al tempo stesso La sensazione che mi da  il pensiero di stare in mezzo alla gente mi fa temere di essere sociopatica.

Mi fa paura stare con gli altri; mi fa paura mangiare (con gli altri soprattutto ma in genere per stare serena dovrei digiunare); mi fa paura condividere a lungo del tempo con altri; mi stanca stare al telefono e parlare. Vorrei rinchiudermi dentro un bozzolo e aspettare che finisca tutto.

Uno strappo e zac. Basta. Fine. Come facevo per tirar via i destini da latte quando ero piccola. Li legavo con un filo e poi chiedevo a qualcuno di tirarlo improvvisamente. Rapido. 

Questo è uno stillicidio.

Sto bestemmiando, lo so, ma spesso ho sperato che questa fosse la volta buona per "andarmene" in poco tempo. Ho paura di soffrire. Ma se fosse per un breve tempo...

Non ne ho voglia.

Non ho più entusiasmo vero per le cose. Sto bene soltanto quando stramazzo al suolo dopo un allenamento. E' l'unico momento in cui sono davvero felice e, udite udite, soddisfatta di me. Ma dura quel che dura.

Non sono depressa, me ne accorgerei. Sono solo assuefatta al nulla che è la mia vita. 

Forse davvero "il lavoro nobilita l'uomo": ed io mi sento una spettatrice di un film interpretat
o da altri. 

Non m i sento un esempio per i miei figli. Quando mi chiedono che lavoro faccio vorrei sotterrarmi.

Mi sento sempre una bambina piccola e inutile. Che si aggrappa alla sua malattia per giustificare una vita vuota e senza senso. Ed è per questo che vorrei che potesse terminare velocemente. Senza dolore ma in fretta.

Che senso ha continuare a vivere per curarsi?

 


domenica 12 febbraio 2023

Il pozzo

È dalle h.13.25 che mangio. Sono le 15.50. Quasi due ore mezza. Quasi senza soluzione di continuità.

Tutto è iniziato perché ho iniziato il pranzo con un resto di un piatto di pasta avanzato da ieri. 

Non dovevo e lo sapevo. 

Non riuscire a quantificare quanto e cosa esattamente ci fosse ancora dentro il piatto (quanta pasta, quante zucchine, quanta Philadelphia, quanto formaggio, quanto olio…) mi dava già la sensazione che stavo perdendo il controllo. 

Più precisamente: che lo avevo già perso.

Poi ho continuato. Senza contare più nulla. Senza gustare più nulla. Così come si buttano dentro ad un pozzo senza fondo una serie di oggetti dei quali si conosce vagamente origine, utilità, forma…



E velocemente. Perché poi se mi fermo realizzo tutto ciò che ho trangugiato e arrivano il senso di gonfiore e di pesantezza.

E adesso?

Adesso non mi resta che la bocca impastata e un senso enorme di sconfitta e di stupidità.


giovedì 2 febbraio 2023

Fragilità


Ma ad una persona normale può "salire" l'ansia perché ha appena firmato un contratto di acquisto di tre condizionatori?

Può una persona adulta e sana di mente, con questo stato d'animo causato da un evento simile (...), andare dalla figlia di sedici anni e chiederle se le vuole sempre bene e necessitare di un abbraccio come di uno che in apnea ha bisogno di ossigeno?

boh.

Secondo me non sono proprio una persona equilibrata. Secondo me c'è un click che è andato storto. O forse un pezzetto mancante.

Quando l'abbia perso 'sto pezzetto dell'ingranaggio non lo so ma che manchi o che non abbia fatto il giusto scatto ne sono certa.

Perché questa cosa qui mi capita anche mentre faccio la spesa in un supermercato o quando sono in un bar a prendere un caffè - tutte situazioni estremamente pericolose e ansiogene... come è ben noto ai più -: mi viene il bisogno di un abbraccio forte o di qualcuno che mi dica "ti voglio bene, Fra".

Sento come un vuoto, tipo uno scompenso d'aria, come una di quelle bollicine che si creano quando cerchi di mettere la pellicola proteggi schermo allo smartphone. 

Tante piccole palline che vanno riempite subito. 

Io però ne sento una, grande. Tra lo stomaco e il cuore. Solo un abbraccio mi calma.

Due braccia che mi avvolgono.

Una volta in un episodio di Grey's (o era E.R.?) avevo visto qualcosa di analogo in una dottoressa cardiochirurgo molto rigida e severa che ogni tanto aveva degli scleri pazzeschi che soltanto un abbraccio stretto poteva calmare. 

Effettivamente se googolo "perché abbiamo bisogno di abbracci?" trovo che "l'abbraccio stimola la produzione di ossitocina nell'ipotalamo dando una sensazione di benessere interiore e al contempo aiuta il cervello a ridurre il livello di cortisone (l'ormone dello stress)" (Focus.it)

Questo spiegherebbe tante cose...

Altro che droghe.

Un bella dose massiccia di abbracci.

Magari ecco, le situazioni in cui ne sento il bisogno dovrebbero essere un pò meno pubbliche e improvvise perché credo che qualcuno abbia pensato almeno una volta che ero parecchio strana.

Per fortuna ancora non sono arrivata a chiederli al primo che mi capita a tiro ma unicamente alla persona con cui mi accompagno e con la quale sono in una certa confidenza. Ma quando è capitato che ero sola ho sofferto un po'. Perché si crea proprio una specie di sincope nel respiro.

Strana, sì. Innegabilmente strana.

E pazienza.



 



giovedì 26 gennaio 2023

AAA


 AAA.

Ansia a manetta. 

E' da giorni che sono su un'altalena emotiva. Più precisamente sulle montagne russe. Ed oggi ho l'ansia che neppure Pindaro.

Le cause? Inutile andarle a cercare... sono mille e nessuna. E' questa vita che è davvero un pot pourri di casini ed io la ciotola che li contiene.

Da ultimo l'aver mangiato della pasta frolla mentre preparavo la crostata. 

Bah.

L'altra sera mentre smanettavo sul cellulare anziché i soliti video di Shiba, gatti  e bambini buffi, mi sono saltati fuori psichiatri, pedagoghi, psicologhi. Non so Google che cosa mi abbia sentito dire o con chi mi abbia sentito parlare... fatto sta che ha pensato bene di propormi questi contributi. 

Grazie; ne avrei fatto a meno.

Tuttavia uno mi ha fatto riflettere: parlava di un uomo che per tutta la propria adolescenza si era finto malato (non sempre ma periodicamente) perché aveva sperimentato che era l'unica condizione in cui poteva essere fallibile. In quei momenti poteva sbagliare. Poteva non essere più perfetto.

Ci ho pensato su. E se fosse questo il motivo per cui io per tutta la vita ho lottato con i DCA?

Me li sono creati io, alla fine. Mica è un problema che si prende come il raffreddore o come un...tumore.

Mi era già capitato di soffermarmi sulla genesi di questo disturbo tanti anni fa, in uno degli innumerevoli tentativi di risolverlo ed era venuto fuori dapprima che poteva essere un modo per darsi una identità "certa e definita" (io sono malata) in un momento della mia vita in cui non sapevo più chi ero, essendo appena uscita da anni di malattia (vera) capitatami in una fase della vita di una persona (l'adolescenza) in cui si inizia a costruire la propria identità e la propria persona/personalità. 

In un secondo momento, mi era parso che la malattia poteva essere il modo più semplice, la strada più breve (anche se dolorosa) per essere amati. Quando si è malati tutti ti vogliono bene: sei vulnerabile, sei un po' perdente, non sei certamente un avversario temibile, fai un po' compassione ed è più semplice volere bene a chi è più in basso di te. A chi sta peggio. Più difficile è amare chi ha successo e vive a vele spiegate.

E così, dopo aver sperimentato questo sentimento da parte degli altri nei miei confronti durante la mia "prima vera" malattia, una volta che questa era terminata mi ero ritrovata senza giustificazioni. Senza più un motivo per essere amata. E mi sono creata un buon motivo: il DCA.

Oggi però inizio a pensare che possa un altro, il motivo.

E questo sarebbe anche la ragione per cui io affronto questa "nuova vera" malattia quasi come una benedizione.

Finalmente, grazie a lei, ho potuto lasciare per sempre il mio odiatissimo lavoro senza essere colpevolizzata. Senza essere giudicata negativamente ma anzi giustificata e compresa. 

Grazie a lei non ho più quel fardello di responsabilità e ansia che mi dava fare l'avvocato.

Grazie a lei posso essere stanca. Grazie a lei posso dire di no.

Proprio come quel ragazzo: se sono malata posso essere fallibile. Imperfetta.

Posso essere me stessa.


Forse è questa la chiave.

O forse lo sono tutte e tre perché nulla è mai semplice. Tantomeno ciò che riguarda la psiche.

Dicono che la consapevolezza sia il primo passo verso la guarigione.

Sarà. 

Intanto l'ansia resta. Per un pezzo di pane. Per un giro d'olio in più. Per un pezzo di pasta frolla mangiato velocemente e di nascosto (da chi? da me stessa) ...

Ma anche questa sono io. E prima o poi arriverà il momento in cui imparerò ad accettarmi.

(Nel senso di accettazione, eh! ... non si sà mai).



 

martedì 3 gennaio 2023

Sovrastrutture inutili

Oggi è il 3 gennaio. Già da tre giorni siamo nel 2023 ma me ne sto rendendo conto soltanto adesso. Sono stati tre giorni un po' vissuti in apnea ma sto risalendo... vedo la luce abbagliante del sole che attraversa la superficie dell'acqua ondulando e danzando al ritmo leggero della brezza. Sono ancora un po' sotto... ma sto risalendo. 

La stanchezza molesta dei giorni scorsi è passata ed adesso sono qui seduta alla mia piccola scrivania, la musica deliziosa di Bill Evans (meraviglioso jazzista che ho avuto la fortuna di conoscere attraverso il romanzo di Murakami che prende il titolo da un brano dei Beatles "Norwegian Wood") e la finestra semiaperta su una serata stellata e dall'aria frizzante che ben si addice all'inverno. Iyashi è fuori sul balconcino che osserva i passanti nell'attesa della sua uscita serale e come sfondo... il profumo di una semplicissima torta margherita con gocce di cioccolato bianco che ho informato mezz'ora fa. C'è anche la Luna.


"life could be so simple" canta Anthony Lazaro.

Ed invece la complichiamo con ripicche e discorsi che si trascinano. Con richiami al passato che non hanno nulla a che vedere col presente che di complicazioni ne ha già di sue. 

Stupidità umana, la chiamo io.

Ma siamo destinati a rovinarci la vita con le nostre mani se prima non ci pensa lei, la vita intendo.

Vorrei essere un bollicina che fluttua nell'aria, leggera, quasi priva di peso e di corporeità. Libera di volteggiare senza disturbare nessuno e senza essere disturbata. Osservare, annusare, ascoltare.

Anche NON ascoltare. 

Librarmi senza pensieri attraverso un mondo che, io lo intuisco, può essere davvero meraviglioso se soltanto riuscissimo a farci scivolare da dosso la negatività.

Basta una tisana calda.

Della buona musica.

Un profumo confortante. Per ritrovare quella serenità che è tipica dell'infanzia e che è il frutto di una quasi totale assenza di sovrastrutture che sono quelle che ci impediscono di vedere le cose come esattamente sono. 

Bisogna lavorarci su.



venerdì 30 dicembre 2022

Cosa mi succede?



Niente, non va proprio. Ieri ho fatto la chemio ed oggi sono giù. Ieri ho anche fatto la televisita con la radioterapista per capirci su queste metastasi ossee e, ovviamente, ero tutta euforica come una che sta attraversando un periodo di influenza ma che va tutto bene. Sto bene. Non sento dolore. I capelli? E vabbene… “le stanno tanto bene” . 

 Ma si! Di che lamentarsi. I capelli sono l’ultimo dei problemi , no?

Anche il dolore. Ora non c’è: ottimo. Quando verrà… beh, ci aggiorniamo per quell’eventualità. Per ora benissimo così. Nessun dolore, perfetto.

In questo momento monitoriamo.

Si certo dottoressa, sono molto fortunata.

Signora, lei ora ha un quadro composito ma ciò che più preoccupa è la situazione epatica.

Già, si. Ma va tutto bene. Ci penserò. Per adesso tutto bene. 

Sono stanca di pensare positivo. Stanca stanca stanca stanca.

Oggi lo sono particolarmente. Sarà il day after. Sarà che da ieri mi fa male il braccio nel quale ho il PICC per fare la chemio e ho temuto per una flebite. Ma adesso sta scemando e quindi forse era solo la contrattura per la posizione forzata tenuta durante l’infusione. Ma intanto ho dormito malissimo.

Sarà che oggi, fuori col cane, ho sentito altri parlare della morte di Pelé e poi hanno aggiunto “eh, anche Vialli sta nuovamente molto male. Le metastasi… quando ci sono le metastasi…”.

Nessuno di quelli che incontro la mattina sa nulla della mia situazione ed io non ne parlo perché non mi piace essere compatita o guardata come una specie di alieno: è stato già così per anni in passato e preferisco l’anonimato.

Però mi toccano le parole e i pensieri degli altri soprattutto quando sono detti apertamente senza sapere che davanti hanno una che di metastasi ha perso il conto.

Nulla oggi va così.

Oggi ho sentito il mio corpo distante. Io ero da una parte, la mia testa; e il mio corpo stanco e dolorante era da un’altra parte e non lo sopportavo. Mi sentivo tradita .

Non lo accetto semplicemente.

E allora la paura per il futuro cresce perché la situazione non andrà migliorando.

Le forze diminuiscono e con loro anche la mia resilienza.

Passerà?

Lo spero perché non mi riconosco, questa non sono io. Non capisco perché mi sta succedendo questo. Fino a poco tempo fa la mia “forza” era proprio non pensarci. Ora ci penso quotidianamente.

Devo fare switch. Devo allontanare tutto questo e allentare la presa che questi pensieri hanno su di me.

Forse sono soltanto stanca e, passata la stanchezza, tutto tornerà come prima.

Anche questo maledetto nodo in gola